Granchio

Piccolo granchio

magari fossi anch’io.

Non vai mai avanti, ma solo di fianco

come chi sa che non conta quel che hai di fronte

ma vale chi o cosa ti trovi accanto.

L’onda su te violenta s’abbatte,

colpisce la lucida tua corazza,

è mare, brucia di sale, non c’è miele o latte

eppur non ti trascina l’abisso né via ti spazza

tu sullo scoglio come roccia saldo stai, è fortezza.

E quando l’acqua su di te è passata

brilla di sole la tua armatura

sembra d’argento, quasi fatata

un dono immenso della natura

varie 506

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RADICI

 

 

Viola entrò di nuovo in quella piccola chiesetta di mattoni di campagna. Era per lei un luogo dell’anima, incantato, magico. Lo era non solo perché c’era il chiostro col pozzo o si trovava sulle sue colline verdissime, immersa in quella santa pace che è davvero santa, ma soprattutto lì qualcosa toccava in profondità le sue radici, scuotendole dalle viscere, come quando piove e senti l’odore acre e forte della terra arida che si nutre e respira e ringrazia. Lì c’era qualcosa, un profumo intenso. Ogni domenica quando era bambina accompagnava il nonno a messa in quel luogo. I suoi genitori non erano credenti, non ne avevano bisogno. Soltanto il nonno ogni domenica partiva a piedi da casa, costeggiando le mura del convento dei frati. A Viola piaceva molto quella passeggiata. Nell’aria c’era sempre un buon profumo: tigli, rose, gelsomini. Spesso all’ingresso incontravano un buffo personaggio, vestito con un lenzuolo marrone scuro e una corda a penzoloni sui fianchi. A Viola faceva ridere e si chiedeva come mai era vestito così, ma si dimenticava ogni domanda quando vedeva il suo sorriso di benvenuto squarciare l’aria e illuminarla a giorno. Viola si chiedeva come facesse un uomo, vestito di un lenzuolo a fare il lampadario. C’era anche la sua capretta, che masticava di continuo e lasciava sempre scie di chicchi di caffè ovunque passava.

Viola entrò di nuovo. Tutte le panche erano già occupate, non aveva dubbi, era scritto nel copione della sua esistenza. I suoi occhi iniziarono a esplorare lo spazio alla ricerca di un posto, senza trovarlo. Poi vide in un angolo una sedia vuota, vicina ad una colonna. Viola lentamente, per non disturbare, si avvicinò al posto che aveva scelto. Mancavano pochi passi quando sbucò da dietro la colonna un uomo, pantaloni neri, maglia grigia che con passo deciso fissando il pavimento a testa bassa e senza guardarsi intorno si sedette. Proprio lì.

Viola si paralizzò, come se qualcuno avesse scattato in quell’istante una fotografia a tutta la sua vita, stampandola in un momento con lei congelata e incorniciata lì dentro. Improvvisamente un tumulto di ricordi sfrecciò come un treno in lei, senza fermarsi in nessuna stazione. Stava per travolgerla quando un fazzoletto bianco volò fuori dal finestrino e si posò a terra, accanto a lei. Viola lo raccolse e sentì che profumava di gelsomino.

Da bambina con il nonno si sedevano sempre nello stesso punto, laterale, nascosto, sconosciuto ai visitatori di città. Si fece coraggio, scongelò le gambe, usci dalla cornice della fotografia e simile ad una sonnambula si diresse verso quel posto. Trovò due sedie, entrambe vuote, una accanto all’altra. Si guardò intorno cercando i due uomini che appena avesse mosso un passo si sarebbero infilati dal nulla soffiandole il posto. Nulla. Aspettò. Era solo questione di tempo, sarebbero comparsi, era scritto nel copione. Si avvicinò e toccò una sedia, fermandosi ad attendere qualcuno che sarebbe arrivato a strappargliela di mano, perché serviva urgentemente altrove, era scritto nel copione. Nulla. Aspettò. Il tempo passava e le due sedie erano lì, ancora vuote. Viola non capiva, era come se il tempo si fosse fermato, congelato. Decise allora di sedersi. Appena lo fece le campane iniziarono a suonare mentre lei si guardava stupita accanto, osservando la sedia rimasta ancora vuota. Vide che c’era qualcosa sul pavimento, non capiva bene cosa fosse e si chinò a raccoglierlo. Era un fazzoletto bianco e profumava di gelsomino.