Tra mari e monti

                                    foto di Elisa Nowkandi

 

Jonathan non amava il mare, o forse ancora non sapeva di amarlo, che non è esattamente la stessa cosa. Jonathan non amava il mare, forse perchè non era un gabbiano, non si chiamava Livingston di cognome e non desiderava volare anzi le poche volte che era salito su un aereo era stato in ansia per tutto il tempo, non vedendo l’ora di scendere a terra.

Jonathan era nato e cresciuto in collina, che è una montagna più bassa, fuori città dove il mare proprio non esisteva e per la sua famiglia vacanza coincideva con alta montagna o comunque ovunque purchè lontano dal formicaio senza verde di gente sulla graticola della spiaggia. E Jonathan condivideva in pieno lo stile, o i geni. Anzi per la precisione Jonathan non era nato e cresciuto in collina, ci era solo cresciuto. Nato, nel senso di venuto al mondo, era nato a San Giuliano mare di Rimini. E quindi per forza, tutto si spiegava, non c’ era da stupirsi se il mare non lo amava dato che di venire al mondo Jonathan non ne aveva la minima voglia, lui stava benissimo dove stava e stava benissimo perchè il mondo stava fuori. Poi a un certo punto un giorno qualcosa ha rotto le acque ed è arrivata un’ onda anomala nella pozza tranquilla e calda al punto giusto dove lui stava al buio e, spinto da forze esterne, si è trovato scaraventato fuori alla luce abbagliante e nel suo primo respiro già traumatico di suo si è anche dovuto trovare lì nell’ aria iodio, salsedine e un retrogusto di pesce, per cui no era troppo, scoppiò proprio in lacrime, non era solo un vagito come tutti credettero normale in quel momento. Era proprio disperato Jonathan, anche perchè al trauma di dover uscire da un posto dove si stava molto meglio si era aggiunto il trauma che lì non sarebbe mai più potuto rientrare o tornare indietro. E in tutto questo anche quella salsedine nell’ aria, quell’ odore orribile, ma accidenti a quel postaccio e a quell’ aria di mare che l’ aveva fatto piangere! Per fortuna dopo pochi giorni lo portarono via da quell’ inferno.

Anzi per la precisione Jonathan non era neanche cresciuto in collina dove il mare non c’ era perchè invece c’ era, solo che per fortuna era in fondo. Per fortuna perchè ancora quella puzza del primo vagito Jonathan non l’ avrebbe sopportata, non l’ avrebbe perdonato all’ aria quell’ odore e soprattutto quell’ onda anomala che era sicuramente tutta colpa del mare e che l’ aveva strappato alla sua bella pozza calda e tranquilla. Sì dalla collina si vedeva laggiù, lontana e immobile una fascia azzurra che cambiava spessore e tonalità di azzurro, non si sa perchè e aveva appiccicati dei triangolini bianchi che si muovevano o verso sinistra o verso destra, che poi solo dopo Jonathan scoprì essere vele di barche a vela. Per lui comunque restavano triangoli mobili, gli altri potevano dire quello che volevano.

Jonathan era cresciuto in collina, circondato da piante e tanto verde ma con questa cosa in fondo, lunga, azzurra che stava sempre ferma lì, oltre gli alberi, oltre le case, oltre la città, oltre tutto. Oltre. E a Jonathan piaceva che stesse oltre e sempre ferma lì, gli dava un senso di sicurezza e stabilità e soprattutto a Jonathan piaceva salire nei punti più alti della casa che erano gli unici punti dove si riusciva a vedere bene quella cosa azzurra lontana, però a distanza di sicurezza, senza bagnarsi e sopratutto senza quell’ odore di salsedine.

Si studiarono per anni Jonathan e il mare, da lontano, con grande diffidenza perchè il trauma del primo vagito non si dimentica nè perdona facilmente e Jonathan lo sapeva benissimo che era tutta colpa del mare che aveva rotto le acque tranquille.  Poi un giorno qualcosa cambiò. Jonathan si trasferì in un’ altra casa.

 

Elisa Nowkandi

Annunci

Tempo

Sei l’attesa che si è arresa.
Eri stella, viaggio, la valigia che portavo.
Ora pesa.
Piombo.
Sei l’immensa gioia mai goduta
e totalmente spesa.

                                                                                           Elisa Nowkandi

foto di Elisa Nowkandi

foto di Elisa Nowkandi

Oscurità

 

Non so se tu sia inverno oppure inferno,

non so che nome dare a questa fredda eterna oscurità

ma certo è che passerà, anche qui l’alba arriverà.

E’ già scritto nel bianco latte della neve

che di cristalli, attesa e luce queste radici nutre,

lieve.

varie 171

MIRAGGI

Sei stata l’incompiuta promessa

illusione che prima sfugge, poi strugge.

Sei stata meravigliosa e splendente,

abbaglio d’uno sbaglio

così lucente eppure non eri luce, nè sorgente.

Eri brillante, campanelli tintinnanti,

arie frizzanti, trascinanti.

Eri leggera e felice

sempre lassù, sopra la superficie

dove non c’è peso né radice.

Arrivavi quando volevi,

io t’aspettavo tremante e paziente.

A volte non venivi

decidevi all’improvviso d’essere altrove, ti davi assente.

Cercavo concretezza

ma trovavo vento di mare, brezza.

Cercavo stabilità

ma trovavo nuvole, volubilità.

Cercavo di danzare in due allo stesso tempo

ma trovavo te confusa nell’immenso

fuori dal battito d’un cuore umano, non dentro.

Cercavo l’acqua in un falò,

l’oceano nel deserto.

Ero l’eccentrico desiderare cieco

e tu il miraggio

d’un viaggiatore inesperto.

Era chiuso, ora è aperto.

albero2

Portaschiavi

 

 

 

 

Non v’è catena

dove dimora

ninfa o sirena

catena

Mare di Rimini-Foto di Elisa Nowkandi

RADICI

 

 

Viola entrò di nuovo in quella piccola chiesetta di mattoni di campagna. Era per lei un luogo dell’anima, incantato, magico. Lo era non solo perché c’era il chiostro col pozzo o si trovava sulle sue colline verdissime, immersa in quella santa pace che è davvero santa, ma soprattutto lì qualcosa toccava in profondità le sue radici, scuotendole dalle viscere, come quando piove e senti l’odore acre e forte della terra arida che si nutre e respira e ringrazia. Lì c’era qualcosa, un profumo intenso. Ogni domenica quando era bambina accompagnava il nonno a messa in quel luogo. I suoi genitori non erano credenti, non ne avevano bisogno. Soltanto il nonno ogni domenica partiva a piedi da casa, costeggiando le mura del convento dei frati. A Viola piaceva molto quella passeggiata. Nell’aria c’era sempre un buon profumo: tigli, rose, gelsomini. Spesso all’ingresso incontravano un buffo personaggio, vestito con un lenzuolo marrone scuro e una corda a penzoloni sui fianchi. A Viola faceva ridere e si chiedeva come mai era vestito così, ma si dimenticava ogni domanda quando vedeva il suo sorriso di benvenuto squarciare l’aria e illuminarla a giorno. Viola si chiedeva come facesse un uomo, vestito di un lenzuolo a fare il lampadario. C’era anche la sua capretta, che masticava di continuo e lasciava sempre scie di chicchi di caffè ovunque passava.

Viola entrò di nuovo. Tutte le panche erano già occupate, non aveva dubbi, era scritto nel copione della sua esistenza. I suoi occhi iniziarono a esplorare lo spazio alla ricerca di un posto, senza trovarlo. Poi vide in un angolo una sedia vuota, vicina ad una colonna. Viola lentamente, per non disturbare, si avvicinò al posto che aveva scelto. Mancavano pochi passi quando sbucò da dietro la colonna un uomo, pantaloni neri, maglia grigia che con passo deciso fissando il pavimento a testa bassa e senza guardarsi intorno si sedette. Proprio lì.

Viola si paralizzò, come se qualcuno avesse scattato in quell’istante una fotografia a tutta la sua vita, stampandola in un momento con lei congelata e incorniciata lì dentro. Improvvisamente un tumulto di ricordi sfrecciò come un treno in lei, senza fermarsi in nessuna stazione. Stava per travolgerla quando un fazzoletto bianco volò fuori dal finestrino e si posò a terra, accanto a lei. Viola lo raccolse e sentì che profumava di gelsomino.

Da bambina con il nonno si sedevano sempre nello stesso punto, laterale, nascosto, sconosciuto ai visitatori di città. Si fece coraggio, scongelò le gambe, usci dalla cornice della fotografia e simile ad una sonnambula si diresse verso quel posto. Trovò due sedie, entrambe vuote, una accanto all’altra. Si guardò intorno cercando i due uomini che appena avesse mosso un passo si sarebbero infilati dal nulla soffiandole il posto. Nulla. Aspettò. Era solo questione di tempo, sarebbero comparsi, era scritto nel copione. Si avvicinò e toccò una sedia, fermandosi ad attendere qualcuno che sarebbe arrivato a strappargliela di mano, perché serviva urgentemente altrove, era scritto nel copione. Nulla. Aspettò. Il tempo passava e le due sedie erano lì, ancora vuote. Viola non capiva, era come se il tempo si fosse fermato, congelato. Decise allora di sedersi. Appena lo fece le campane iniziarono a suonare mentre lei si guardava stupita accanto, osservando la sedia rimasta ancora vuota. Vide che c’era qualcosa sul pavimento, non capiva bene cosa fosse e si chinò a raccoglierlo. Era un fazzoletto bianco e profumava di gelsomino.

Ma non importa

Tardi sei giunto, da lontano arrivato,

ma il tuo posto d’altri era già occupato,

quel posto dove tu da sempre tutti accogli

anche chi prende, sta e tu da parte via ti togli.

Forte l’uomo, sempre a lui son spalancate braccia e porte

ma a donna no, non s’apre, né di file lei scelse d’esser prima

anche se lui con lei stona, stride tanto e non c’è poesia nè rima.

Tu sei fuori, non è lei, Dio non vuole punto e basta

per lui amore è sacramento, per te fango senza nome, tormento

e poco importa quanto e come hai bussato a quella porta,

da sempre in terra vince il migliore e chi si perde sei tu nel tuo dolore.

Via te ne sei sempre andato, ferito e giudicato,

ma s’ esserci, amare e stare ti sia costato non è in fondo mai contato.

Tu eri albero ma deserto dov’eri piantato, spostato, isolato

d’ indifferenza che sa dir solo mi spiace ma ho da fare, scusa, che peccato.

E lui ti copierà, imitando tutto e perfettamente,

falso d’autore, inganno che mente.

Amor ama ma non sa niente, come bimbo cade ingenuamente

e menzogna sempre in piedi sta sapientemente, d’ingegneria così geniale

che lei hai scelto lui, copia che non è né mai sarà l’originale.

E tu esci di casa, di scena e dalla tua porta, così è la vita, ma non importa.

Monte Campigna-Burraia

Monte Campigna-Burraia

Trasparente veramente

Ti ho amato come mio fratello, il mio gemello

e sempre sul più bello eri piombo, scaricavi sopra me il tuo fardello.

Tutto ho dato, lasciato, il mio meglio condiviso

tu hai solo preso, strappato, foglie, rami, anche l’ultimo sorriso.

Ti sei lavato, sfamato, dissetato

pur senz’amare molto sei stato amato.

Ricco era il pozzo qui prosciugato, infangato è ora un deserto aperto

dove chi è forte semina paura e morte

e il fragil uomo cade, ma non teme d’esser debole allo scoperto,

trasparente veramente come solo l’acqua e chi forse già troppo ha sofferto

Cà Brigida-Verucchio

Cà Brigida-Verucchio

Ma oltre

Dentro c’erano i primi

ma tutti gli altri lontano e oltre.

Selezionati, recintati e ben fatti giardini

quei preferiti che aldilà è solo siepi folte, campi smarriti, sterpi e coltre.

Dal muretto a secco sei entrata in quel ghetto perfetto e stretto

un buco nero, il labirinto dei migliori

a fatica l’uscita, il respiro, un sentiero, quello dei cervi, dei peggiori.

Ma qui l’aria respira e come il sole sta

sola, in alto e fuori.

Serena passeggi tra trifogli di campagna

ieri e lontano i riflettori, applausi stonati e allori.

Stai fuori come lei che sempreverde ti accompagna

la tua collina, la tua lei, la tua montagna.

Prati, alberi, fiori multicolori

se era un deserto in te quella tristezza

ora si allaga e in lei tutto è bellezza

un fiume in piena è l’universo e senz’argini nè margini ci sei immerso.

Il mio Paradiso era lì nel tuo sorriso, è stare in questo fuorigioco

ma sentire in noi il mio scopo,

dove l’aria increspa il sole e lì bruciante arriva l’onda di te, memoria a fuoco

Appennino-Campigna

Appennino-Campigna

Si apre un portone

Raramente accade

che la pioggia sposa il sole

in quel baleno, fugace momento

commossa sei accolta al ricevimento

ad arco s’apre il cielo,  lì disegna una grande porta

ascolta me sussurra il cuore, qui sei viva, mai fuori, non morta

squarcia il grigio, il buio spezza

e da lì escon in volo tutti sporchi di colori

alati e sorridenti a salutarti i suoi pittori

arcobaleno

arcobaleno

« Older entries