Polvere di gelo e stelle

                     foto di Elisa Nowkandi

 

Era il giorno di San Lorenzo, ma non era ancora notte e non si vedeva nessuna stella se non un sole che bruciava l’aria e splendeva fastidiosamente sul canale del porto di Rimini.

Jonathan non era un gabbiano di mare nè tantomento sapeva o desiderava volare, era solo un uomo sudato, in auto, in strada, in mezzo al traffico e al caldo torrido e stava andando a vedere le stelle cadenti fuori città per esprimere qualche desiderio o forse per auto-convincersi che una parte di lui ne era ancora capace. Improvvisamente, come quando cade un meteorite ma lo sguardo è rivolto altrove, con la coda dell’ occhio la vide. E soprattutto la riconobbe. Era lei. Era lì, ferma, sul bordo della strada, in bicicletta, in attesa di attraversare o di incrociarlo o di tagliargli la strada, date le direzioni decisamente opposte. Entrambi fecero finta di non vedersi nè tantomeno riconoscersi, come da copione di gente brava e perbene che deve mantenere i ruoli stabiliti.  Lui tirò dritto in macchina e la guardò dal finestrino per essere davvero sicuro che fosse lei, perchè il caldo di agosto gioca brutti scherzi e una mente stanca e provata ancora peggio. Lei nel sentirsi osservata aggrottò la fronte dietro lo schermo impenetrabile di occhiali da sole scuri come il suo cuore, nonostante tutto nel suo aspetto fisico e modo di fare avesse sempre parlato a Jonathan di luminosità e infatti era luce vera, ci mancherebbe, ma si limitava ai primi tre centimetri di terra, un po’ come le placche terrestri che non si vede a vista d’ occhio ma in profondità galleggiano su abissi di magma sottostante.

Jonathan stava andando a vedere le stelle cadenti e invece a cadere fu proprio lui. In Jonathan riaffiorò quella ferita, così come il mare a volte restituisce alla spiaggia conchiglie, bottiglie, bastoni, ricordi. E non si sa perchè lo faccia, per quale motivo e perchè sceglie proprio quel momento, lo fa e basta. Cosi’ come non si sa perchè in autunno una foglia a un certo punto cade dal ramo e non cade il giorno prima o il giorno dopo ma proprio quel giorno. E dopo tutto c’ era poco da stupirsi perchè era il giorno di San Lorenzo e il mare era fisicamente lì, alla sua sinistra, si sentiva anche il suo profumo nell’ aria, o nell’ acqua data l’ umidità, o nel fuoco dato il cado. E Jonathan era sul ponte del porto, a San Giuliano mare, lo stava proprio fisicamente attraversando un pezzo di mare e quell’ onda la sentì addosso tutta, completamente, ne fu travolto e cadde nel mare delle emozioni. Era molto salato e il sale bruciava sulla ferita, così Jonathan si accorse che c’era, che era lì, che era passato tempo, tanto, ma il tempo non aveva cancellato niente. Jonathan sentì uno scossone forte e il mare delle emozioni infrangersi contro di lui, contro il suo cuore e la sua mente. Tremò e rivisse tutto il dolore, tutta l’ amarezza, tutta la delusione, tutta la solitudine e, soprattutto, tutto in un minuto. Era dentro un film velocissimo e lui era il protagonista e allo stesso tempo lo spettatore, ribaltato dentro un caos di posti in cui non riusciva a riconoscere il suo, a starci, a prendere il timone degli eventi. Un senso di vertigine e di nausea l’ avvolse, gli sembrò di soffocare sott’ acqua, di non respirare più per l’intensità vorticosa della corrente. E a Johnatan non piaceva non riuscire a respirare, nè era un pesce o un granchio che sott’acqua ce la faceva a starci per troppo tempo. Ma fu costretto a immergersi e a guardare nei fondali e nella tempesta di un giorno sereno e assolato di agosto con gli occhi che bruciavano dello stesso sale che stava bruciando sulla sua ferita mentre sul resto di pelle sana a bruciare ci pensava il sole cocente.

Jonathan si era innamorato di lei, ma tanto tempo fà. Tanto. E il tempo è terribile quando fa finta di passare ma in verità tiene in memoria tutto e anzi, non lascia passare proprio niente. Eppure non era questa la vera ferita, perchè Jonathan era talmente abituato a innamorarsi della persona sbagliata ed essere rifiutato e tagliato fuori dalla vita di qualcuno e perdere tutto compreso se stesso che ormai quel dolore aveva imparato a gestirlo quel tanto che basta per sopravviverci dentro e continuare a vivere. Ma con lei la cosa era andata diversamente, con lei aveva condiviso un cammino di vita importante, con lei aveva intrecciato fili dell’ anima, con lei era nata un’ amicizia profonda. Ma solo per lui, solo nel suo cuore, solo nella sua mente, come i pazzi in manicomio che vedono sassi cucinare. Perchè la realtà non era la stessa per lei. Perchè quest’ amicizia o questa relazione o quel che era o non era non aveva retto al primo scossone e si era frantumata come un’ onda sugli scogli, senza nessuna volontà o impegno a raccoglierne i cocci e ricostruire qualcosa se non da parte di Jonathan, da solo e da pazzo. Jonathan aveva fatto di tutto per salvare qualcosa, lei l’ aveva rifiutato in tutti i modi in cui una persona può essere rifiutata al punto di non esistere proprio più nè come persona nè come parte della sua vita. Jonathan non aveva più avuto un posto nella sua esistenza, quasi a dura punizione di qualcosa fatto di troppo grave ma che non gli era stato mai comunicato chiaramente così da poter rimediare in qualche modo. Oppure quasi a volerlo proteggere dal dolore di un amore non corrisposto ma distruggendolo di fatto completamente nella perdita di tutto il resto, nel nulla rimasto, nell’abisso profondo, nel silenzio assoluto. Un po’ come le stelle cadenti, che illuminano un tratto di cielo e poi si spengono e non c’è nulla da fare per tenerle accese  Jonathan capi’ allora che quelle stelle cadenti le doveva lasciare andare, cadere del tutto, le doveva lasciar spegnere nella notte di San Lorenzo e per sempre. Cosi’ come quando ti trovi di fronte porte chiuse, menti chiuse, cuori chiusi e anche se quello giudicato chiuso alla fine sei tu il sipario devi chiuderlo;  la tua felicità non è recitare su un palcoscenico e va decisamente in un’ altra direzione.

E così come stelle cadenti fu per Jonathan quel tratto di vita, luce finchè non si spense del tutto nelle tenebre della notte di  San Lorenzo. Perchè le tenebre, si sa, nelle storie reali vincono sempre e spengono anche le stelle più tenaci. A volte torna solo un po’ di polvere di stelle nell’ aria, come profumo che poi svanisce per non illudersi, vento leggero che entra quasi a voler scrostare dall’ anima desideri naufragati, rimasti incastrati, bloccati sotto strati di calcare o di dolore fossilizzato e depositato in luoghi nascosti e inaccessibili, dove mostri marini riemergono per un attimo dall’ abisso della paura per trasformarsi in schiuma bianca di mare l’attimo dopo.

E così come entrare nella tempesta fu per Jonathan attraversare in un minuto quel ponte sul porto, fu come il mare che viene a spolverare cuori spenti di stelle ormai cadute, impolverate, affogate nel terrore di tutto quel che poi davvero accade quando alla luce delle stelle ci credi davvero, ti fidi, ti affidi, vai e vedi in quale oscuro abisso o su quale graticola ti puoi bruciare e finir male a motivo del tuo più ardente e sincero desiderare.

 

Elisa Nowkandi

 

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Lo sconosciuto

Vado in spiaggia ad allenarmi, oggi, dopo tanto tempo. Tempo di stallo, di stasi, di ruggine. L’avevo segnato in agenda, per fissarlo, per farlo concretamente, senza collegare il senso della festa di oggi, 8 marzo.
Ricomincio da zero. Da dove mi trovo attualmente. Ricomincio dal primo kata, quello che ho imparato per primo quando, bambina, ho iniziato per gioco a praticare karate. Con stupore mi accorgo che non l’ho dimenticato. Che è rimasto lì, sepolto da qualche parte. Inizia a piovere. Il mare deserto e meraviglioso di fronte e gocce di un altro mare sulla testa. Acqua ovunque. Mi preparo ad andare via quando si avvicina a me un uomo sconosciuto…

“E’ karate? Ti guardavo da lontano e mi hai incuriosito. Da ragazzo lo praticavo anche io e mi piaceva molto. Mi sono avvicinato e ho visto che eri una donna, da lontano non si capiva. Non è usuale vedere una donna che fa karate. Erano dei kata?”

Molto infastidita, diffidente e soprattutto dell’idea che fosse solo una scusa per attaccare bottone faccio per ignorarlo e andare via. Ma lui continua a parlare. A raccontare. Racconta delle vere origini indiane delle arti marziali, arrivate prima in Cina, poi in Giappone. Capisco che non era una scusa, era sul serio un ex karateka. Tutte bellissime cose, gli dico,  peccato che oggi qui in occidente, per esperienza personale, esistono uomini che “usano” le arti marziali da esaltati, per spacconate maschili, per sentirsi forti, per prevaricare, per mascherare le proprie paure ed insicurezze dietro alla più meschina brutalità. Alcuni fatti di questi pasta si fanno chiamare maestri, piacciono, ipnotizzano, sono carismatici, hanno seguaci, sono tecnicamente molto bravi e, quindi, insegnano. C’è anche tutta questa cosa qua nelle arti marziali e nelle palestre. Il mio maestro per fortuna non è così, ma ho incontrato nel mio percorso persone del genere, motivo per cui ho rinunciato all’ idea di insegnare. Non credo che un mondo così maschilista faccia per me.

“Invece no. Proprio per questo c’è bisogno di sensibilità femminile. Se guardi bene le forme delle arti marziali, i movimenti, ti accorgi che sono femminili. La guerra e i guerrieri sono maschili. Le arti marziali invece nascono nei monasteri, erano praticate dai monaci come ricerca del divino femminile, di qualità femminili della divinità. Le arti marziali sono femminili. Se vai a leggere il testo indiano Devi Kevach capirai il motivo.”

E se ne va verso il molo.

Festa della donna. La vita reale a volte sembra un romanzo. D’ autore ignoto.

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Foto di Elisa Nowkandi

Attimo

Non ti ho saputo cogliere.

Mistero che si nasconde tra le pieghe di un’istante, di un momento.

Sei passato ed ora in me sei tormento.

Non ti ho raccolta, stella alpina d’inafferrabile armonia.

Ti ho lasciata lì, mentre tu immobile mi strappavi il cuore e lo portavi via.

Non sono venuta a prenderti, sono venuta a renderti.

A restituirti alla tua bellezza che sboccia e rischiara il tempo in questa brezza.

Si è fermata la mia mano, temeva di far cadere i tuoi petali lontano.

E così non ti ho tolta alla terra che nutre il tuo bagliore.

Ti guardo esistere mentre mi sento evaporare.

Con una parola mi aveva avvertita del tuo arrivo saggio il mare.

Naufragare.

(Elisa Nowkandi)

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Voce

Sento una voce nella foresta,

soffia lei che dal sonno mi desta

dolcemente, senza chieder niente

come nel fiume la corrente

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Leo

Baffo felino

felice sul cuscino

Leo

Leo

Quiete

Qui sto insieme a te

ombre lucenti

qui e te

quiete

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Tempio

Colonne portanti un cielo di luce in cupola d’eternità affrescata,

pentagramma impresso a fuoco in ogni atomo, armonia solenne.

Luogo che riveste d’anima e lì interamente d’un tratto tra le mani la ritrovo

lei nel mondo d’uomo dispersa s’impiglia e lascia stracci nel feroce suo rovo.

varie 013

Campigna-Rifugio la Burraia

 

Artista mista

In cammino eppur sempre fuori pista

su quest’ uragano mondo equilibrista

ultima della fila, nome anonimo non in lista

Wicklow Mountains - Irlanda

Wicklow Mountains – Irlanda

Profonda luce

Scalatore senz’ amore sfodera ogni gesto dominio, violenza, rumore

trofeo d’ego, tappeto, podio d’onore fai d’un luogo sacro sanguinante di dolore

dolomiti 2013 053

Innevata pace

Tutto tace, silenzio sereno

come un bimbo sto

e dormo felice nel tuo seno

Val di Fassa

Val di Fassa

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