Granchio

Piccolo granchio

magari fossi anch’io.

Non vai mai avanti, ma solo di fianco

come chi sa che non conta quel che hai di fronte

ma vale chi o cosa ti trovi accanto.

L’onda su te violenta s’abbatte,

colpisce la lucida tua corazza,

è mare, brucia di sale, non c’è miele o latte

eppur non ti trascina l’abisso né via ti spazza

tu sullo scoglio come roccia saldo stai, è fortezza.

E quando l’acqua su di te è passata

brilla di sole la tua armatura

sembra d’argento, quasi fatata

un dono immenso della natura

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RADICI

 

 

Viola entrò di nuovo in quella piccola chiesetta di mattoni di campagna. Era per lei un luogo dell’anima, incantato, magico. Lo era non solo perché c’era il chiostro col pozzo o si trovava sulle sue colline verdissime, immersa in quella santa pace che è davvero santa, ma soprattutto lì qualcosa toccava in profondità le sue radici, scuotendole dalle viscere, come quando piove e senti l’odore acre e forte della terra arida che si nutre e respira e ringrazia. Lì c’era qualcosa, un profumo intenso. Ogni domenica quando era bambina accompagnava il nonno a messa in quel luogo. I suoi genitori non erano credenti, non ne avevano bisogno. Soltanto il nonno ogni domenica partiva a piedi da casa, costeggiando le mura del convento dei frati. A Viola piaceva molto quella passeggiata. Nell’aria c’era sempre un buon profumo: tigli, rose, gelsomini. Spesso all’ingresso incontravano un buffo personaggio, vestito con un lenzuolo marrone scuro e una corda a penzoloni sui fianchi. A Viola faceva ridere e si chiedeva come mai era vestito così, ma si dimenticava ogni domanda quando vedeva il suo sorriso di benvenuto squarciare l’aria e illuminarla a giorno. Viola si chiedeva come facesse un uomo, vestito di un lenzuolo a fare il lampadario. C’era anche la sua capretta, che masticava di continuo e lasciava sempre scie di chicchi di caffè ovunque passava.

Viola entrò di nuovo. Tutte le panche erano già occupate, non aveva dubbi, era scritto nel copione della sua esistenza. I suoi occhi iniziarono a esplorare lo spazio alla ricerca di un posto, senza trovarlo. Poi vide in un angolo una sedia vuota, vicina ad una colonna. Viola lentamente, per non disturbare, si avvicinò al posto che aveva scelto. Mancavano pochi passi quando sbucò da dietro la colonna un uomo, pantaloni neri, maglia grigia che con passo deciso fissando il pavimento a testa bassa e senza guardarsi intorno si sedette. Proprio lì.

Viola si paralizzò, come se qualcuno avesse scattato in quell’istante una fotografia a tutta la sua vita, stampandola in un momento con lei congelata e incorniciata lì dentro. Improvvisamente un tumulto di ricordi sfrecciò come un treno in lei, senza fermarsi in nessuna stazione. Stava per travolgerla quando un fazzoletto bianco volò fuori dal finestrino e si posò a terra, accanto a lei. Viola lo raccolse e sentì che profumava di gelsomino.

Da bambina con il nonno si sedevano sempre nello stesso punto, laterale, nascosto, sconosciuto ai visitatori di città. Si fece coraggio, scongelò le gambe, usci dalla cornice della fotografia e simile ad una sonnambula si diresse verso quel posto. Trovò due sedie, entrambe vuote, una accanto all’altra. Si guardò intorno cercando i due uomini che appena avesse mosso un passo si sarebbero infilati dal nulla soffiandole il posto. Nulla. Aspettò. Era solo questione di tempo, sarebbero comparsi, era scritto nel copione. Si avvicinò e toccò una sedia, fermandosi ad attendere qualcuno che sarebbe arrivato a strappargliela di mano, perché serviva urgentemente altrove, era scritto nel copione. Nulla. Aspettò. Il tempo passava e le due sedie erano lì, ancora vuote. Viola non capiva, era come se il tempo si fosse fermato, congelato. Decise allora di sedersi. Appena lo fece le campane iniziarono a suonare mentre lei si guardava stupita accanto, osservando la sedia rimasta ancora vuota. Vide che c’era qualcosa sul pavimento, non capiva bene cosa fosse e si chinò a raccoglierlo. Era un fazzoletto bianco e profumava di gelsomino.

Scogli

Sciogli mare

in me

montuosi scogli

Porto di Rimini

Porto di Rimini

Ma non importa

Tardi sei giunto, da lontano arrivato,

ma il tuo posto d’altri era già occupato,

quel posto dove tu da sempre tutti accogli

anche chi prende, sta e tu da parte via ti togli.

Forte l’uomo, sempre a lui son spalancate braccia e porte

ma a donna no, non s’apre, né di file lei scelse d’esser prima

anche se lui con lei stona, stride tanto e non c’è poesia nè rima.

Tu sei fuori, non è lei, Dio non vuole punto e basta

per lui amore è sacramento, per te fango senza nome, tormento

e poco importa quanto e come hai bussato a quella porta,

da sempre in terra vince il migliore e chi si perde sei tu nel tuo dolore.

Via te ne sei sempre andato, ferito e giudicato,

ma s’ esserci, amare e stare ti sia costato non è in fondo mai contato.

Tu eri albero ma deserto dov’eri piantato, spostato, isolato

d’ indifferenza che sa dir solo mi spiace ma ho da fare, scusa, che peccato.

E lui ti copierà, imitando tutto e perfettamente,

falso d’autore, inganno che mente.

Amor ama ma non sa niente, come bimbo cade ingenuamente

e menzogna sempre in piedi sta sapientemente, d’ingegneria così geniale

che lei hai scelto lui, copia che non è né mai sarà l’originale.

E tu esci di casa, di scena e dalla tua porta, così è la vita, ma non importa.

Monte Campigna-Burraia

Monte Campigna-Burraia

Trasparente veramente

Ti ho amato come mio fratello, il mio gemello

e sempre sul più bello eri piombo, scaricavi sopra me il tuo fardello.

Tutto ho dato, lasciato, il mio meglio condiviso

tu hai solo preso, strappato, foglie, rami, anche l’ultimo sorriso.

Ti sei lavato, sfamato, dissetato

pur senz’amare molto sei stato amato.

Ricco era il pozzo qui prosciugato, infangato è ora un deserto aperto

dove chi è forte semina paura e morte

e il fragil uomo cade, ma non teme d’esser debole allo scoperto,

trasparente veramente come solo l’acqua e chi forse già troppo ha sofferto

Cà Brigida-Verucchio

Cà Brigida-Verucchio

Ma oltre

Dentro c’erano i primi

ma tutti gli altri lontano e oltre.

Selezionati, recintati e ben fatti giardini

quei preferiti che aldilà è solo siepi folte, campi smarriti, sterpi e coltre.

Dal muretto a secco sei entrata in quel ghetto perfetto e stretto

un buco nero, il labirinto dei migliori

a fatica l’uscita, il respiro, un sentiero, quello dei cervi, dei peggiori.

Ma qui l’aria respira e come il sole sta

sola, in alto e fuori.

Serena passeggi tra trifogli di campagna

ieri e lontano i riflettori, applausi stonati e allori.

Stai fuori come lei che sempreverde ti accompagna

la tua collina, la tua lei, la tua montagna.

Prati, alberi, fiori multicolori

se era un deserto in te quella tristezza

ora si allaga e in lei tutto è bellezza

un fiume in piena è l’universo e senz’argini nè margini ci sei immerso.

Il mio Paradiso era lì nel tuo sorriso, è stare in questo fuorigioco

ma sentire in noi il mio scopo,

dove l’aria increspa il sole e lì bruciante arriva l’onda di te, memoria a fuoco

Appennino-Campigna

Appennino-Campigna

Si apre un portone

Raramente accade

che la pioggia sposa il sole

in quel baleno, fugace momento

commossa sei accolta al ricevimento

ad arco s’apre il cielo,  lì disegna una grande porta

ascolta me sussurra il cuore, qui sei viva, mai fuori, non morta

squarcia il grigio, il buio spezza

e da lì escon in volo tutti sporchi di colori

alati e sorridenti a salutarti i suoi pittori

arcobaleno

arcobaleno

Leo

Baffo felino

felice sul cuscino

Leo

Leo

Quiete

Qui sto insieme a te

ombre lucenti

qui e te

quiete

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Tempio

Colonne portanti un cielo di luce in cupola d’eternità affrescata,

pentagramma impresso a fuoco in ogni atomo, armonia solenne.

Luogo che riveste d’anima e lì interamente d’un tratto tra le mani la ritrovo

lei nel mondo d’uomo dispersa s’impiglia e lascia stracci nel feroce suo rovo.

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Campigna-Rifugio la Burraia

 

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